di Christian Ciarlante

Quanti milioni di euro sono arrivati in Molise? Una cifra enorme! Parliamo di una montagna di soldi che ci ha aiutato solo a partorire un topolino. Siamo ridotti così male che la Banca d’Italia ci ha declassato, rientriamo nel gruppo delle regioni ‘meno sviluppate’ del Paese. Come si può invertire la rotta in un territorio dove i cittadini e le imprese sono stati massacrati? La situazione economica, le tasse, la burocrazia, governi regionali inaffidabili, la corruzione, i privilegi, la disoccupazione, sono problematiche che affliggono il cittadino molisano da troppo tempo.

Ci siamo impoveriti sia a livello individuale che a livello collettivo, con i Comuni che fanno fatica a mantenere attivi i servizi individuali e alla persona. La crisi economico-finanziaria iniziata nel 2008 ora è una crisi sociale che ha messo i ginocchio migliaia di famiglie molisane. I soldi dei fondi europei e quelli del governo centrale non è dato sapere quali strade percorrano una volta approdati in Molise, magicamente non se ne sa più nulla.

Quasi ogni settimana viene annunciato uno stanziamento di fondi ragguardevole che, per una piccola regione come la nostra, dovrebbe essere oro colato. Ma nonostante tanta grazia, nel corso di questi anni, siamo arrivati al punto di non avere più zone industriali degne di questo nome. Come già sottolineato in precedenti articoli, abbiamo mandato in crisi l’Area di crisi. Assistito inermi alla fine della Gam, dello Zuccherificio e dell’Itterre per colpe di tutti, non solo della politica. Si è continuato ad iniettare liquidità in aziende decotte illudendo i lavoratori che ci sarebbe stato un futuro per loro.

Il ministro Trenta ha detto qualche giorno fa: “Il Molise potrebbe essere una piccola Svizzera”. Parole senza senso? Pura esagerazione? Solo fantasia? E no signori e no caro presidente Coia: tu che hai sbeffeggiato le parole del ministro con un ridicolo post su Facebook.

In una realtà dove ci sono amministratori competenti, dove esiste una cultura della programmazione, c’è una prospettiva politica seria, concreta, non ci sono ruberie, può avere ancora un senso parlare del futuro. Si può ancora provare ad investire per modificare una situazione che ci vede soccombenti e magari, perché no, diventare una piccola Svizzera.

Prendiamo come esempio la Polonia che nel 2004 ha aderito all’Ue. In un articolo de “Il Fatto Quotidiano” del 2014, Federico Cimmino (Consulente fondi europei) ha scritto:

“Nel periodo 2007-2013, ha ricevuto finanziamenti per 80 miliardi di euro, di cui 67,3 miliardi provenienti da fondi strutturali e di coesione, e 14 miliardi da finanziamenti per l’agricoltura e la pesca. A fronte dei 74 miliardi investiti, ben il 97,5% dei fondi della programmazione 2007-2013, c’è stato un ritorno, in contratti stipulati di circa 98 miliardi di euro, con 24 miliardi di utili. Anche nella nuova programmazione 2014-2020, la Polonia riceverà ben 82,5 miliardi di euro tra fondi strutturali e di coesione.

Tracciando un bilancio consultivo dell’utilizzo dei fondi europei strutturali, emerge che la Polonia è riuscita a creare più di 300mila posti di lavoro, 25 mila nuove aziende, nonché a costruire 11 mila km di strade e ponti, 1661 km di linee ferroviarie, rinnovando il parco mezzi del trasporto pubblico locale e riqualificando i quartieri periferici, aprendo nuove scuole pubbliche, un museo della scienza, ospedali digitalizzati ed una galleria del vento. Inoltre sono stati creati 40 mila km di linee internet a banda larga e fatti investimenti nel settore della ricerca scientifica e sviluppo”.

Un tempo erano i polacchi a venire in Italia in cerca di lavoro, ora sono gli italiani ad andare in Polonia per trovare un lavoro. La Polonia è la dimostrazione che con i fondi europei si può crescere e si può superare la crisi. Noi saremo mai in grado di imitare l’esempio positivo dei polacchi? Se i politici e i vari dirigenti svolgessero il loro lavoro in modo esemplare, nell’interesse della collettività, si potrebbero raggiungere traguardi importanti.

Sembra una banalità ma purtroppo, molto spesso, i meccanismi che si innescano nei palazzi del potere rispondono a tutt’altro presupposto. E’ proprio questo sistema che porta al fallimento. Risollevare la nostra terra non è un utopia, è responsabilità della politica consegnare alle nuove generazioni una regione che possa rispondere alle loro esigenze attuali e future senza costringerli ad andarsene in cerca di migliori opportunità.

Se ognuno facesse la sua parte, senza sperperare risorse pubbliche, si potrebbero realizzare grandi cose!