Il Promotore di Giustizia Vaticano ha interrogato e arrestato Gianluigi Torzi in relazione alla vicenda collegata alla compravendita dell’immobile londinese. All’imputato vengono contestati vari episodi di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la Legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione. Gianluigi Torzi è detenuto in appositi locali presso la Caserma del Corpo della Gendarmeria.

Ieri l’Ufficio del Promotore di Giustizia del Tribunale Vaticano, al termine dell’interrogatorio di Gianluigi Torzi, che era assistito dai propri legali di fiducia, ha spiccato nei suoi confronti mandato di cattura. Il provvedimento, a firma del Promotore di Giustizia, Gian Piero Milano, e del suo Aggiunto, Alessandro Diddi, “è stato emesso in relazione alle vicende collegate alla compravendita dell’immobile londinese di Sloane Avenue, che hanno coinvolto – riferisce il Vaticano in una nota – una rete di società in cui erano presenti alcuni Funzionari della Segreteria di Stato.

All’imputato vengono contestati vari episodi di estorsione, peculato, truffa aggravata e autoriciclaggio, reati per quali la legge vaticana prevede pene fino a dodici anni di reclusione”. Allo stato Gianluigi Torzi è detenuto in appositi locali presso la Caserma del Corpo della Gendarmeria.

Gianluigi Torzi, banker molisano trapiantato a Londra arrestato ieri dalle autorità vaticane con l’accusa di estorsione, truffa e peculato, conserva tuttora cariche nelle società di famiglia, tra cui la Microspore di Larino, in provincia di Campobasso, quotata all’Aim e attiva nei fertilizzanti minerali ed organici. Piuttosto conosciuto in Molise, dove è salito agli onori delle cronache anche per una vicenda legata ad una villa al mare in comproprietà con l’ex presidente della Regione Paolo di Laura Frattura, Torzi è attivissimo nella capitale britannica.

VATICAN NEWS

L’arresto del broker Gianluigi Torzi, avvenuto la sera di venerdì 5 giugno in Vaticano al termine di un lungo interrogatorio segna una svolta importante nella lunga e complessa inchiesta condotta dalla magistratura vaticana e portata avanti dal Corpo della Gendarmeria, un procedimento che vede indagati cinque persone che lavoravano in Segreteria di Stato (due prelati e tre laici), più un dirigente dell’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF). L’inchiesta si fonda su un lavoro scrupoloso sulle carte e sui documenti che attestano le complesse transazioni finanziarie poste in essere dai soggetti coinvolti e corroborano le ipotesi di reato insieme agli interrogatori e alle testimonianze raccolte.

Le denunce di IOR e Revisore Generale

L’indagine, come si ricorderà, prende avvio da due denunce presentate dallo IOR e dal Revisore Generale (rispettivamente nel luglio e nell’agosto 2019). In particolare nella seconda denuncia, quella del Revisore, venivano ipotizzati gravissimi reati. È dunque sulla base di segnalazioni interne, e dunque agli “anticorpi” attivi nello stesso sistema vaticano che l’indagine ha inizio. La vicenda si divide in due fasi fondamentali. La prima avviene nel 2014 e riguarda la sottoscrizione da parte della Segreteria di Stato del fondo “Athena Capital Global Opportunities Fund”, gestito da una Sicav facente capo a Raffaele Mincione e proprietario del palazzo londinese in Sloan Avenue. La seconda fase avviene tra la fine del 2018 e la prima metà del 2019, quando la Segreteria di Stato cerca di ottenere la disponibilità dello stesso immobile liquidando le quote del fondo di Mincione ma finisce per subire – con il concorso degli indagati – le azioni estorsive e la truffa di Torzi, chiamato in causa come intermediario.

Il fondo del 2014

Il 28 febbraio di sei anni fa la Segreteria di Stato finanziava, con somme di denaro da essa possedute e vincolate al sostegno delle attività del Santo Padre, il fondo “Athena Capital Global Opportunities Fund” di Raffaele Mincione, per complessivi 200 milioni e 500mila dollari, ottenuti ricorrendo a una complessa architettura finanziaria, attraverso la concessione di linee di credito da parte di Credit Suisse e Banca svizzera italiana a fronte della costituzione in pegno di valori patrimoniali di un importo non inferiore a 454 milioni di euro posseduti dalla Segreteria di Stato e derivanti da donazioni. Gli oltre 200 milioni servono in parte per l’acquisto del 45 per cento dell’immobile, e in parte per investimenti mobiliari. Sull’immobile di Sloan Avenue gravava un mutuo molto oneroso pari a 125 milioni di sterline. Mincione ha amministrato le risorse finanziarie investite in conflitto di interesse, in quanto esse sono state impiegate per iniziative speculative, in contrasto con le istruzioni della Segreteria di Stato, per finanziare una serie di operazioni facenti capo allo stesso Mincione. Queste operazioni, condotte in concorso con gli indagati, hanno visto l’acquisizione di società, la sottoscrizione di Bond emessi da società dello stesso Mincione, l’acquisizione di quote societarie di società del settore tecnologico quotate in Borsa e anche l’acquisizione di azioni di Banca Carige e Popolare di Milano. Dagli accertamenti compiuti dalla magistratura vaticana è emerso che nel settembre 2018 le quote del fondo avevano un valore di 137 milioni di euro, con la perdita di oltre 18 milioni di euro rispetto al valore iniziale relativo all’investimento mobiliare. Nel novembre 2018 la Segreteria di Stato, per cercare di contenere le ingenti perdite dell’investimento nel fondo, decideva di risolvere i rapporti con Raffaele Mincione, attraverso un’operazione che prevedeva da un lato di rilevare l’immobile di Londra, e dall’altro la cessione delle quote del fondo.

L’intermediario Torzi

Uno degli indagati della Segreteria di Stato, Fabrizio Tirabassi, responsabile dell’Ufficio amministrativo, in quel periodo ha cercato qualcuno in grado di aprire una trattativa con Mincione e tramite l’avvocato Manuele Intendente è arrivato a Gianluigi Torzi. Quest’ultimo spiega di conoscere Mincione e si dice disponibile a fare da intermediario. L’accordo viene trovato senza difficoltà in poche ore, in una riunione che si svolge a Londra, anche in considerazione dell’immediata disponibilità da parte di Tirabassi di riconoscere a Mincione ben 40 milioni di euro a titolo di conguaglio. Questa fase della vicenda è ancora oggetto di indagini, perché emerge l’enorme sproporzione tra il valore dell’immobile (peraltro gravato da un mutuo oneroso di 125 milioni di sterline) e il prezzo corrisposto. L’esborso di 40 milioni fa lievitare a 350 milioni il prezzo pagato dalla Segreteria di Stato – tra investimento iniziale nel fondo, mutuo e conguaglio a Mincione – per avere la disponibilità del palazzo di Sloan Avenue. Un immobile che era stato acquistato da una società di Mincione nel dicembre 2012 ad un valore di 129 milioni di sterline.

Il raggiro del broker

Purtroppo la vicenda non è finita qui. Infatti, per rilevare l’immobile di Londra, anziché procedere all’acquisto della “60 Sa Limited”, la società con sede in Jersey che lo deteneva attraverso una catena di ulteriori società, la Segreteria di Stato, rappresentata da Fabrizio Tirabassi ed Enrico Crasso (quest’ultimo delegato ad operare sui conti della Segreteria di Stato con la sua società “Sogenel Capital Holdig”) decideva – per ragioni ancora da chiarire – di triangolare l’acquisto attraverso la “Gutt Sa” facente capo a Torzi. Viene dunque sottoscritto un contratto quadro (framework agreement) con il quale si provvede all’acquisto da parte di “Gutt Sa” dell’intera catena societaria proprietaria dell’immobile londinese; si pagano al fondo di Mincione 40 milioni come conguaglio e si cedono al fondo tutte le quote detenute dalla Segreteria di Stato. Il 22 novembre viene sottoscritto un secondo contratto (share purchase agreement) con il quale la Segreteria di Stato acquista da Torzi 30mila azioni della “Gutt Sa” al valore simbolico di un euro. Vengono effettuati i pagamenti previsti. Ma quello stesso 22 novembre, senza che la Segreteria di Stato ne sapesse nulla, Torzi modifica il capitale della società “Gutt Sa” introducendo accanto alle 30mila azioni senza diritto di voto, le 1000 azioni con diritto di voto, che non facevano parte dell’impegno di cessione. In questo modo il broker continuava ad avere il pieno controllo sull’immobile.

Le pressioni ingiustificate

Dalle indagini compiute, dalle acquisizioni documentali e da numerose fonti testimoniali, è emerso che Gianluigi Torzi, a partire dal dicembre 2018, ha cominciato ad avanzare richieste economiche del tutto ingiustificate e sproporzionate per trasferire le quote della “Gutt Sa” o comunque della catena di società che detenevano l’immobile di Londra, così da far tornare alla Segreteria di Stato la disponibilità del palazzo. Torzi pretende infatti importi ingentissimi per la cessione delle quote, nonostante l’accordo prevedesse che la Segreteria di Stato avrebbe potuto in ogni momento rilevarle al prezzo di 1 euro. Il broker oggi agli arresti in Vaticano, sfruttando le 1000 quote alle quali aveva fraudolentemente attribuito il diritto di voto, tra la fine di aprile e gli inizi di maggio 2019, alla fine di una estenuante trattativa condotta da diversi mediatori per conto della Segreteria di Stato, ha accettato di cedere le quote della società detentrice dell’immobile di Londra, a fronte del pagamento di 15 milioni di euro. Denaro effettivamente corrisposto senza alcuna giustificazione economica e giuridica. I due pagamenti avvengono l’1 e il 2 maggio 2019, a fronte di due fatture per prestazioni inesistenti emesse per 10 e per 5 milioni.

Secondo la magistratura vaticana, Torzi, in concorso con altri indagati dell’inchiesta, comunicando il proprio intendimento di non cedere alla Segreteria di Stato la catena di società detentrici dell’immobile di Londra “incuteva timore di gravi danni al patrimonio della Segreteria di Stato e la costringeva a una lunga trattativa da parte di vari emissari”. Trattativa terminata con il pagamento di altri 15 milioni di euro.