La fragilità di ciò che resta dell’ italiano e molisano in Argentina impone una riflessione seria sugli strumenti da attivare per non far disperdere un patrimonio immenso, costituito da decine di migliaia di oriundi molisani che non ricercano più alcun contatto con l’Italia.

Come mi raccontavano, con un filo di amarezza, emigranti di seconda generazione, cresce la pratica della cremazione facendo scomparire anche i volti dei propri congiunti dalle lapidi nei cimiteri, come a voler segnare una discontinuità tra chi arrivò in Argentina, tra la fine dell’Ottocento ed il secondo dopoguerra, e le nuove generazioni che scelgono di andare negli Stati Uniti o in Inghilterra a studiare o per qualche giorno di vacanza.

Sentire nipoti o pronipoti di molisani che esaltavano la squadra del Manchester City o dell’Arsenal mi ha dato il segno di una progressiva marginalità dell’Italia, che ovviamente non si risolve indossando qualche costume tipico o suonando tarantelle per una generazione che già non c’è più.

In attesa che l’Italia si accorga delle potenzialità esponenziali rappresentate da 80 milioni di oriundi che, in un Mondo sempre più globalizzato, potrebbero fare la differenza per la promozione del Sistema Paese, è utile riannodare i fili che ci uniscono con chi vive lontano dal Molise, ma ha interesse a mantenere o riprendere i contatti con la terra d’origine della propria famiglia.

Questo il senso dell’incontro tenutosi il 1 marzo al Centro Molisano Monforte di Buenos Aires, in collaborazione con il Comune di Tufara, il Comune di Campobasso, la Regione Basilicata, il Comune di Rotonda (Potenza), e in cui hanno portato il saluto sia il Presidente dell’Associazione “La Terra”, Giovanni Germano, che il Sottosegretario della Regione Molise.

La consegna dei giusti riconoscimenti provenienti da Tufara per il Presidente del Centro Molisano Monforte di Buenos Aires, Giuseppe Petrone, ha preceduto quella fatta al Direttore, Nuccia Sassone, una docente originaria di Rotonda (Pz) che non ha trattenuto l’emozione al cospetto dei simboli della sua Terra.

Insieme ad una decina di docenti motivatissime, in questa sterminata periferia alle prese con problemi di vivibilità, sicurezza e speranza, insegna la lingua italiana ad un centinaio di adulti, gestisce una scuola dell’infanzia con 150 bambini, promuove corsi di arte, musica e canto, e ha una capacità di sognare nuove attività con molisani di Pesche, Pettoranello, Baranello, Gambatesa o Tufara.

Tra gli animatori dell’associazionismo molisano, si è inteso consegnare una targa del Comune di Campobasso alla figlia e alla moglie di Nicola Di Leo, figura impeccabile che per decenni si è prodigato nel tenere vivi i legami col Molise, promuovendo iniziative concrete e contrastando i tentativi di chi pensava di formare associazioni sulla carta con deprecabili motivazioni.

Immediatamente dopo é stato ricordato il ruolo della famiglia Testa di Cercemaggiore, che a metà degli anni Novanta veniva annoverata tra le prime imprese edili dell’Argentina, e che nonostante avversità, ostacoli e lutti precoci, prosegue il proprio cammino.

Grazie ai finanziamenti di questa famiglia, che si sommarono a quelli di altri emigranti molisani, fu possibile costruire la scuola che non a caso è intitolata al fondatore dell’impresa “Pietro Testa”. Il riconoscimento del sindacato italiano e dell’Associazione “Giuseppe Tedeschi” è stato ritirato da due nipoti del fondatore che portano il nome del nonno, accompagnati da tre generazioni rappresentative dei quattro figli di Pietro Testa.

Nelle loro parole un’emozione intensa, per aver avuto, dopo tanto tempo, un segno d’attenzione dall’Italia, che non si aspettavano più, probabilmente perché si è smarrito il valore del rispetto verso chi si prodiga gratuitamente e volontariamente per opere di bene.

Una manifestazione chiusa con più riflessioni sul ruolo del Centro Molisano Monforte e sulle altre iniziative da promuovere con le molteplici eccellenze italiane di Buenos Aires, una metropoli che supera i 10 milioni di abitanti ed ha un diametro di 60 km tra grattacieli, quartieri ricchi, aree intermedie e tanti Barrios poveri e privi dell’essenziale.

In questa polveriera, in cui si intrecciano vite tra paraguayani, boliviani, indios, italiani, spagnoli, armeni, ebrei e polacchi, sono tanti gli italiani e i molisani che quotidianamente si adoperano per migliorare le condizioni di vivibilità della città. Tra di loro, un signore arrivato quando aveva un anno, nel 1949 insieme ai genitori e a quattro sorelle da Cercemaggiore.

Con una fantasia, che gli richiamava in mente i racconti sulle campagne molisane, ha scelto un ape come simbolo della propria impresa di trasporto pubblico ed oggi, nel mentre ero in macchina con lui, mi mostrava con fierezza i tantissimi pullman di città su cui è disegnata l’ape molisana.

All’arrivo in Argentina, quella famiglia, non aveva altro che voglia di mettersi alle spalle la povertà di Cercemaggiore e nonostante gli alti e bassi, oggi vedere tante api nell’alveare di Buenos Aires ci conferma il valore della genialità e del lavoro italiano.