Bambini, donne e adulti si rifugiarono in una grotta di località Chiaione per sfuggire al bombardamento, ma non ebbero scampo

Imperversava nella prima metà degli anni ‘40 il secondo tragico conflitto mondiale, il Molise era attraversato dalla Linea Gustav ed in quanto tale era teatro di aspri e cruenti combattimenti. Le fazioni in lotta si affrontavano senza esclusioni di colpi ed anche le popolazioni civili, oltretutto inermi ed impreparate a fronteggiare l’improvvisa evenienza bellica, pagarono costi salatissimi in termini di vite umane. Molti gli episodi  tragici che investirono il tormentato territorio del Molise dell’ovest ed in particolare Venafro, ritrovatasi nel classico “occhio del ciclone”, ossia al centro di cruente operazioni belliche data la sua posizione geografica. Bombardamenti e cannoneggiamenti ripetuti e continui investirono infatti più volte la cittadina molisana, taluni addirittura dovuti al cosiddetto “fuoco amico”, ossia degli alleati che li effettuarono o per tragiche interpretazioni errate delle carte topografiche in loro possesso (come quando si scambiò Venafro per la vicina Montecassino, lo storico monastero benedettino nel Lazio) o per stanare la resistenza tedesca asserragliata tra gli oliveti venafrani. Nel primo caso restano segni profondi nella collettività venafrana con distruzioni pesanti nell’abitato urbano e soprattutto con gli oltre 100 civili caduti col tragico bombardamento del 15 marzo 1944, che la città regolarmente commemora e ricorda con rito religioso, manifestazione pubblica e deposizione di corona di fiori al Monumento ai Caduti di tutte le guerre in piazza Vittorio Veneto, oltre che con lapide commemorativa affissa all’esterno della Casa Municipale di Piazza Cimorelli. Tragedia così immane e dolorosa da aver apportato decenni dopo l’attribuzione della Medaglia d’Oro al Valor Civile alla città. Purtroppo però Venafro ha suo malgrado altri civili caduti in città nel corso dell’ultimo grande conflitto e sempre per mano del predetto”fuoco amico” degli alleati : esattamente 18 ambosessi, compresi alcuni minori ! Tali caduti però non sono ad oggi ufficialmente ricordati e commemorati con un doveroso “ceppo”, una targa marmorea alla memoria. Anni addietro, a seguito di ripetute iniziative al riguardo da parte del movimento popolare “I Venafrani per Venafro”, si ebbe una manifestazione studentesca degli allievi umanistici del Liceo Classico “Giordano”che d’intesa con taluni rappresentanti istituzionali ricordarono anche i 18 civili caduti sotto le bombe dell’ottobre 1943. La cosa però non ebbe seguito, praticamente finì lì.

Né si appose in città alcun marmo a ricordo anche di tali sfortunati e loro malgrado protagonisti degli eventi della seconda grande guerra. Ed allora, nell’attesa che finalmente il Comune di Venafro addivenga al dovere morale, civile ed istituzionale di apporre in luogo pubblico cittadino una lapide coi 18 nomi dei civili caduti sotto le cannonate “amiche” del 4 e 22 ottobre 1943, giusto come in atto per i caduti del 15 marzo ’44, questa testata li ripropone per rendere loro omaggio, in attesa che altrettanto avvenga ufficialmente anche da parte delle istituzioni pubbliche della città. Trattasi di Fernando Ottaviano, Nicandro e Mario Vaccone,Michelina Testa,Antonio Giannini, Giacinta Leva, Giuseppina Verrecchia, Maria Carmela Iannacone, Bambina Policella e il marito Giovanni Colangelo, entrambi di Carpinone e casualmente a Venafro,Emilia Tagliaferro, Paolo e Lucio Andreozzi, due fratellini in tenera età, Luigia Conte, Crescenza Ricchiuti, Giacomina,Clara e Filomena Natale (quest’ultima rinvenuta sei mesi dopo sotto le macerie). Tutti si erano rifugiati in una grotta in località Chiaione, periferia occidentale di Venafro, per sfuggire alla morte. Ma il “fuoco amico” delle cannonate purtroppo li raggiunse e per loro non ci fu scampo ! Una ennesima tragedia umana, questa appena esposta, che chiede l’ufficiale riconoscimento istituzionale con doverosa lapide commemorativa in città.

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