La condizione critica in cui versa la sanità pubblica molisana è stata oggetto, circa un anno fa, del mio primo intervento parlamentare in aula, ben consapevole che, di fronte alla chiusura di molti reparti e servizi e del sistematico indebolimento della rete di emergenza – urgenza, il MoVimento Cinque Stelle dovesse produrre ogni possibile (e anche impossibile) sforzo per arrestare tale deriva e garantire a tutti i molisani il diritto alla salute sancito dall’articolo 32 della Costituzione.

Il mio impegno, quindi, prende origine dalla conoscenza diretta di quanto affermato in quell’occasione. Essendo cresciuta a Venafro ho vissuto, infatti, la progressiva dismissione dell’ospedale SS. Rosario, fino alla chiusura, appunto un anno fa, come accaduto anche a Larino, del punto di primo intervento. La diretta conseguenza è stata l’aumento dei disservizi e del senso di insicurezza e sfiducia tra i cittadini.

A seguito della chiusura dei Punti di Pronto Soccorso / Primo intervento di Venafro e Larino ho così presentato un ordine del giorno, peraltro accolto, che impegnava il Governo, nei limiti delle proprie competenze, a riesaminare la situazione e a valutare l’opportunità di una riapertura dei due presidi.

In questi mesi mi sono confrontata con i cittadini, con i medici delle strutture pubbliche molisane, con i commissari, al fine di analizzare attentamente la difficile situazione, nonché le decisioni, e le relative implicazioni sociali ed economiche, che l’hanno prodotta. Un percorso annoso fatto di interventi o, forse è più corretto dire, di mancati interventi da parte dei governi centrali, dei governatori-commissari, dei dirigenti sanitari, tutti soggetti mossi nella loro operatività da un unico comune interesse: quello di favorire le strutture private accreditate presenti sul territorio, riconoscendo loro uno sproporzionato e ingiustificato volume di prestazioni extra budget.

La strategia degli ultimi governatori – commissari è stata, infatti, basata sull’indebolimento della sanità pubblica e sul contestuale trasferimento alle strutture private convenzionate di posti letto, servizi e interi reparti. In sostanza ben il 40 % del fondo sanitario regionale è andato nelle disponibilità dei privati. A questo si aggiunge il paradosso della carenza dei medici.

Tutti ne parlano come se fosse una conseguenza inevitabile, ma nessuno ne condivide la responsabilità. Fare una programmazione adeguata è compito di chi amministra o si vive alla giornata? Sulla base di quali valutazioni è stato attuato per anni il numero chiuso alla facoltà di medicina, tarpando le ali a molti giovani che volevano studiare per svolgere la professione medica? Si è quantificato il fabbisogno nel momento in cui ci sarebbe stato il ricambio generazionale? Si è valutato adeguatamente quale dovesse essere il numero dei posti assegnati alle specializzazioni? Qualcuno ha sbagliato queste valutazioni o sono altri i motivi della penuria di medici specialisti negli ospedali molisani?

Oggi risulta quanto mai difficile intervenire sulla situazione attuale. Noi ci siamo presentati promettendo ai cittadini molisani che avremmo difeso la sanità pubblica e crediamo e siamo convinti di quel che abbiamo detto. Io, da parlamentare molisana, continuerò a onorare pienamente questo impegno. Il rilancio delle strutture pubbliche passa necessariamente dal ridimensionamento di quelle private convenzionate, alle quali deve essere destinato non più del 15% del Fondo Sanitario Regionale. È questa la strada che dovrebbe essere tracciata nel nuovo Piano Operativo Straordinario 2019-2021.

Ritengo, inoltre, che basare l’organizzazione della sanità pubblica e la dislocazione territoriale degli ospedali solo sulla consistenza demografica di un’area e su fredde analisi costi / benefici sia del tutto fuorviante. A prima vista potrebbe sembrare un criterio razionale ed oggettivo ma in realtà non lo è. Il servizio sanitario (così come il diritto all’istruzione) è un diritto fondamentale che va assicurato a tutti con le stesse modalità e criteri di sicurezza sia nei territori di 1000 abitanti che in quelli da 1 milione. La statistica non può trovare applicazione quando si parla di diritti sociali.

Inoltre, non si può “giustificare” la chiusura delle strutture ospedaliere con il calo demografico. In Molise questo calo esiste perché nel corso dei decenni si sono cristallizzate situazioni di povertà, disoccupazione, sudditanza, che hanno spinto molti giovani ad emigrare verso il nord Italia o all’estero. La risposta a questa situazione non può essere “chiudiamo enti e servizi perché non raggiungete un tot numero di abitanti”! Questo non fa che peggiorare la situazione perché spinge anche altri cittadini e giovani ad andare via, impoverendo ulteriormente il territorio.

È un serpente che si morde la coda e questo modo di vedere le cose non fa che accentuare il divario tra nord e sud. Un ospedale non è solo un posto per curarsi, è anche una struttura intorno alla quale circola l’economia e la vivibilità di un territorio, nonché la sicurezza dei cittadini. Non si può eliminare un ospedale con un colpo di spugna. Ecco perché sul tema della sanità pubblica molisana occorrono una concertazione più ampia e un approccio autenticamente virtuoso. Approccio che, per essere tale, non può prescindere dall’ascolto preventivo di tutte le istanze e bisogni dei cittadini, nonché dal dialogo e confronto con i vari attori interessati.