di Francesca Rocchio, Ph.D.

“Isolato il ‘coronavirus’ allo Spallanzani, ora vaccino più vicino”.

Chi non ha letto questa frase, in declinazioni diverse, su qualsiasi testata giornalistica nazionale settimana scorsa? Ad un certo punto è stato tutto un turbinare di superlativi come “angeli”, “primato”, “eccellenza”, “prestigio” e… parole a caso; insomma i soliti articoli che tutto dicono tranne i fatti, quelli veri.

Facciamo quindi un passo indietro e cerchiamo di capire cosa è successo e perché l’isolamento del virus è stato importante.

A pochissimi giorni dalla diagnosi di ‘coronavirus’ (il cui nome esatto è 2019_nCoV) a carico della coppia cinese ricoverata presso l’Istituto Nazionale Malattie Infettive (INMI) “Lazzaro Spallanzani”, il team del laboratorio di Virologia dello stesso Istituto isola il virus dai campioni prelevati dai pazienti; prima di noi lo avevano già fatto cinesi, australiani, thailandesi, francesi e tedeschi.

Fortunatamente però il punto non era arrivare per primi (questa volta), anche perché dipende dalla disponibilità di soggetti infetti: se non ne abbiamo, non possiamo isolare nessun virus.

Ma allora perché è stato così importante averlo fatto?

Perché serve per conoscerlo meglio: isolare il virus da pazienti fuori dalla Cina ed in una linea temporale a valle ci permette di capire, comparando il ceppo in nostro possesso con quelli isolati dai laboratori delle altre nazioni, se il virus è cambiato e, nel caso lo fosse, quanto velocemente e come, valutando quindi la sua evoluzione. Inoltre averlo isolato significa anche averlo fisicamente disponibile per sperimentare papabili trattamenti farmacologici, senza doverlo richiedere a strutture di altri paesi.

In questo scenario la realtà è che lo Spallanzani si è guadagnato la possibilità di interloquire con la comunità scientifica che lavora su 2019_nCoV da una posizione di forza, sic et simpliciter.

Per approfondire: