Prosegue in diverse città della nostra penisola l’ondata di ribellione dei proprietari di attività commerciali di diversa tipologia che per le restrizioni dovute all’emergenza Coronavirus sono costrette a rimanere chiuse, dopo i tafferugli accaduti ieri a Roma davanti alla Camera dei Deputati e a Milano davanti alla Prefettura e poi verso la sede del governo centrale nel capoluogo lombardo.

Le principali località dove si sono propagate i disordini sono: Torino, Cuneo, Pistoia, Taranto e Napoli.

A Torino le rimostranze si sono concentrate in località “Santa Rita”, dove i manifestanti con striscioni riportanti le scritte “Siamo tutti necessari” e “Vogliamo lavorare ” hanno incontrato l’assessore comunale al Commercio, Alberto Sacco, che ha dichiarato: “Spero possiate riaprire al più presto possibile. La vostra situazione ci e ben chiara, capisco e spero vivamente che si possa tornare arancione. Abbiamo trasmesso tutti i vostri problemi e le vostre richieste al Prefetto affinché venga interessato il Governo”.

I contestatori di Cuneo che si lamentavano per le misure messe in campo dall’Esecutivo nazionale, si sono confrontati con il presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, che ha affermato: “Siete un esempio, una categoria responsabile che chiede solo di esercitare un diritto: poter lavorare. E’ giusto chiedere prospettive e tempi certi. Piuttosto di moratorie e ristori, sarebbe meglio cancellare un anno di tasse. Incontrerò il premier Mario Draghi e presenterò le vostre istanze”.

Singolare stato di agitazione dei ambulanti a Pistoia. Hanno predisposto un finto mercato senza merce esposta al pubblico. Il loro portavoce ha spiegato: “”La nostra richiesta è di poter lavorare. perché i ristori non sono sufficienti e a non tutti arrivano, quindi abbiamo assoluto bisogno di lavorare. Noi oltretutto lavoriamo in sicurezza, perché siamo all’aperto, quindi non si capisce perché dobbiamo rimanere chiusi”.
A Taranto, è stato organizzato un raduno dai titolari delle imprese del settore terziario aderenti alla Confcommercio della città pugliese con cartelli che recitavano la frase: “”Il futuro non (si) chiude”. Il corteo si è diretto verso la rotonda del lungomare, dove sono state collocare buste nere della spazzatura con la scritta “un sacco di debiti”. I promotori di tale evento hanno asserito: “C’è una esasperazione molto diffusa che ci auguriamo non provochi manifestazioni molto più veementi. Lo auspichiamo perchè vorrà dire che il governo sarà intervenuto finalmente con provvedimenti seri per il commercio e per tutte le categorie che sono state dimenticate da Dio”.

A Napoli, sono state prodotte quattordici croci, come metafora, per indicare il calvario di altrettante categorie commerciali. In piazza Plebiscito, a ribellarsi sono stati gli operatori di quattordici settori merceologici: benzinai, ambulanti, orafi, gioiellieri, moda, esercenti pubblici, imprese balneari, guide turistiche, interpreti, case vacanza e ostelli, parrucchieri, estetiste, federazione turismo, sindacato delle discoteche. I commercianti esasperati: “”Non capiamo la differenza tra chi vende alimenti e chi no. Apriamo tutti da domani, senza distinzioni, non ce la facciamo più. Oppure presentiamoci in massa alla Mostra d’Oltremare per fare i vaccini. E se non ci sono non è certo colpa nostra”.

Una situazione a dir poco surreale in una Nazione che, sia con l’ex Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che con l’attuale, Mario Draghi, ha promesso finanziamenti adeguati secondo le tipologie e i tempi di chiusura delle aziende, ma come si può notare non sta mantenendo tali impegni.