Le truppe austriache nella notte tra il 23 ed il 24 ottobre del 1917 sfondarono le linee italiane a Caporetto avanzando nella pianura veneta fino al Piave dove Armando Diaz, chiamato a sostituire in fretta e furia Luigi Cadorna, riuscì a fermarle in una delle battaglie più cruente della Prima Guerra Mondiale. Nelle settimane convulse a cavallo tra ottobre e novembre del 1917 le avanguardie austro-ungariche con i propri cecchini dilagarono in lungo e in largo dall’Adriatico alle Alpi.

Nella ricorrenza del centenario di una pagina di storia che, per unire l’Italia, vide immolare centinaia di migliaia di contadini, operai e artigiani, a cui avevano cucito addosso alla meno peggio una divisa, e che stentavano a capirsi tra di loro per via del dialetto, la Regione Veneto ha promosso un Referendum sull’Autonomia da Roma festeggiando con una larga vittoria l’intento separatista.

Non è chiaro se la finalità riportata nello Statuto della Lega Nord e rilanciata il 15 settembre 1996 dall’allora segretario Umberto Bossi circa la proclamazione della Repubblica Federale Indipendente della Padania è un obiettivo rimosso o se al contrario i Referendum promossi dai due Governatori Leghisti di Lombardia e Veneto sono da intendersi come tappe di avvicinamento progressivo alla separazione dall’Italia sulla falsariga di ciò che sta accadendo in Catalogna e che è già accaduto prima in Jugoslavia e poi nella divisione tra la Repubblica Ceca e la Slovacchia.

Sta di fatto che amareggia prendere atto che per il 57% dei veneti e per il 37% dei lombardi, non c’era modo diverso per ricordarsi della disfatta di Caporetto con la sterminata miriade di italiani che caddero per quell’Unità oggi vilipesa, tradita e calpestata. Proprio in quei giorni a Padova un cecchino crucco uccise un contadino di Tufara, Domenico Marino, appena rientrato dalla licenza in Molise dove aveva visto per l’ultima volta la giovane moglie e tre bimbi, Maria, Antonio e Pasqualina, che si ritrovarono orfani per l’Unità d’Italia. Domenico è solo uno dei 5 mila molisani ricordati nei Monumenti ai Caduti che campeggiano nelle piazze dei nostri paesi, ma per mia nonna ed i suoi fratelli, era il papà che non ha più avuto per il resto della vita.

Le dichiarazioni, fuori dalle righe, rilasciate oggi da Zaia, Maroni e tra gli altri anche dal Sindaco di Padova sulle magnifiche sorti progressive per il popolo veneto del risultato referendario, non possono rimanere senza risposta. Il loro progetto si ispira ad un principio egoistico che mira a innalzare la qualità di vita, le opportunità di sviluppo ed il benessere sociale in un territorio che già è ricco, a danno del meridione e delle aree più dovere ed in difficoltà della nostra Italia.

Lo Stato non avvii alcuna trattativa, come ho anticipato ieri mattina nell’intervento pubblico col Sottosegretario al Tesoro Baretta a Campobasso, con le Regioni più forti senza prima aver chiarito le modalità per redistribuire il pagamento dei 2,3 milioni di miliardi di debito nazionale.

Se è vero che Lombardia e Veneto sono il 25% dell’Italia gli tocca pagare 575 mila milioni di euro quale quota parte del debito pubblico italiano e poi si comincia a trattare. Troppo comodo trattenersi il gettito fiscale per potenziare servizi, infrastrutture e efficienza amministrativa, scaricando sul resto della nazione l’onere di pagare i debiti contratti.