di Tonino Atella

Sul tema le interessanti considerazioni della docente di Filosofia e Storia del Liceo “Giordano” di Venafro, Donata Caggiano.

Lo scopo di quanto di seguito si leggerà é unico : perché la tristissima pagina delle Foibe resti indelebile nelle menti e nei sentimenti di tutti e che tragedie simili non abbiano più a ripetersi, ma prevalgano finalmente la pace e la collaborazione internazionale tra i popoli. In ragione di tanto, assolutamente indispensabile all’umanità del terzo millennio in vista del progresso comune, la Repubblica Italiana con le sue massime cariche istituzionali ha appena ricordato la tragedia immane delle persecuzioni delle popolazioni dalmate/istriane  nel secondo dopoguerra, il forzato esilio di tanti italiani del nord/est della nostra nazione e il disumano verificarsi delle Foibe, dal nome delle storiche cavità carsiche dove furono precipitati migliaia di innocenti civili ambosessi e di ogni età, “colpevoli” solo di essere italiani e perciò da eliminare sul terribile “altare” dell’odio razziale. Su siffatto delicatissimo ed altamente umanitario tema delle Foibe, come detto appena ricordato a livello nazionale, ospitiamo il gradito e sostanzioso contributo fornito dalla prof.ssa Donata Caggiano, campana di origine ma molisana di adozione e docente di Filosofia e Storia al Liceo Classico “Antonio Giordano” di Venafro : “Il 10 Febbraio -attacca la donna, tra l’altro impegnata nel sociale- é stato il Giorno del Ricordo, istituito dal Parlamento italiano nel 2004, in memoria delle vittime delle foibe. All’indomani della caduta del fascismo, e fino alla conclusione del secondo conflitto mondiale, alcune migliaia di cittadini istriani e giuliano-dalmati furono vittime di una feroce ondata di violenza, promossa da partigiani legati al regime comunista di Tito. Dall’autunno del 1943 alla primavera del 1945, uomini, donne e bambini furono gettati, spesso ancora vivi, all’interno delle voragini naturali disseminate sul Carso, e denominate foibe. Il fenomeno delle foibe ha natura e radici politico-ideologiche complesse. Esso affonda le sue origini nel clima di tensione politica dei primi anni Venti. Alla fine della Grande guerra, nelle regioni annesse tra il 1919 e il 1924 e nei territori conquistati al nuovo Regno di Jugoslavia, il processo di fascistizzazione forzata avvia provvedimenti di snazionalizzazione etnica e linguistica di una parte degli abitanti di cultura croata e slovena. Successivamente, nel biennio 1941-1942, la repressione contro la resistenza jugoslava, comporterà deportazioni, esecuzioni sommarie e l’attività di sei campi di concentramento, tra questi il campo di Gonars nei pressi di Udine ed il campo croata di Rab, in cui migliaia di jugoslavi, soprattutto di etnia croata e slovena troveranno la morte. Il nazionalismo italiano tra le due guerre condiziona pesantemente gli sviluppi della crisi giuliana. I mutamenti di frontiera e dei rapporti di forza, seguiti al conflitto, segnano una “frattura epocale” nella storia alto-adriatica e italiana. I militari italiani dell’Istria, giudicati fascisti, subiscono da parte dell’esercito comunista di Tito i “massacri delle foibe”; la minoranza di etnia italiana presente in Dalmazia, considerata collaborazionista, è perseguitata, in nome di un duplice “riscatto” ideologico ed etnico-nazionalistico jugoslavo. Come emerge, in sintesi, dai lavori della “Commissione storico-culturale italo-slovena”, pubblicati nel 2001, gli avvenimenti connessi alla questione delle foibe “ si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra, e appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato”. “Confluivano in tale progetto spinte diverse: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili al fascismo; alla dominazione nazista; al collaborazionismo; il disegno di epurazione preventiva di oppositori potenziali o reali all’avvento del regime comunista e all’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo”. Di qui, la repressione avviata da un movimento rivoluzionario, che si apprestava a divenire regime, convertiva in violenza di Stato l’iniziale animosità ideologica e nazionale diffusa nei quadri partigiani jugoslavi.”

Disamina inappuntabile questa della docente del “Giordano” di Venafro sul tema delle Foibe, imperniata su due concetti essenziali : il micidiale progetto politico preordinato dai partigiani titini e la terribile violenza politica del regime comunista del MarescialloTito, fenomeni da conoscere per cancellarli in maniera definitiva affinché il futuro di tutti sia di pace e collaborazione.

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