L’INIZIATIVA PER TENERE DESTA L’ATTENZIONE POPOLARE VERSO I SANTI MARTIRI DI VENAFRO E SOPPERIRE ALLA PERSISTENTE ASSENZA DEI FESTEGGIAMENTI SOCIO/CIVILI DEL 16, 17 E 18 GIUGNO, GIA’ MANCATI LO SCORSO ANNO CAUSA COVID.

“Trascorrono secoli -prosegue lo scritto di Tonino Atella, di cui abbiamo pubblicato giorni addietro la prima parte e che si concluderà a breve con la terza e conclusiva puntata- e nel 955 viene eretta una Basilica, ovviamente assai diversa dall’attuale, sul luogo del martirio dei Santi e in ragione della crescente fede popolare dei venafrani e delle popolazioni del territorio circostante. Il luogo di culto è affidato in custodia ai monaci Basiliani, ordine monacale assai diffuso in quel tempo e successivamente scomparso. All’epoca però dei resti mortali dei Martiri non c’è traccia, ma fede e convinzione delle genti del posto sono tali da fortificare sempre più l’idea che in loco siano avvenuti i martirii e come tale bisogna pregare ed aspettare eventi nuovi. Altre centinaia di anni corrono via, fino a quando circa sei secoli orsono la Basilica è affidata in custodia ai Frati Minori Cappuccini dell’attuale Provincia Monastica di S. Angelo e San P. Pio che oggi la curano con tantissima devozione. E coi Cappuccini nell’attiguo Convento si arriva al 1930 quando, per la determinazione e l’assoluta convinzione di due religiosi dell’epoca, P. Leone Patrizio e F. Angelantonio Carusillo, il primo Sacerdote e Superiore del Convento venafrano ed il secondo Frate di cerca, assieme a volontari del posto si scava nottetempo e per un lungo periodo nel sottosuolo dell’altare principale, senza preavvisi ed autorizzazioni di sorta. Ed è proprio grazie alle convinzioni ed alla fede dei predetti religiosi, oltre che dei civili volontari al loro fianco, che finalmente viene alla luce il Sarcofago del Patrono San Nicandro, di cui P. Leone e F. Angelantonio erano convintissimi di trovar traccia! Murati sulla destra del Sarcofago sono rintracciati altri resti umani, mai comunque scientificamente esaminati, che si ritiene appartengano a San Marciano.

Del resto, così come tale sepoltura non risulta ufficialmente ispezionata, altrettanto dicasi per il Sarcofago nel quale si ritiene riposino i resti del Patrono. In passato, aprendo un piccolo varco su un lato e introducendovi qualcuno a fatica un braccio, si vuole che siano state toccate ossa umane. Tra l’altro è da ricordare che parte del Cranio di San Nicandro, evidentemente prelevato dal Sarcofago nella cripta sottostante la Basilica venafrana, trovasi alla Cattedrale di Isernia. Vi fu portato secoli addietro per decisione di un Vescovo Diocesano e da allora lì è rimasto, venerato dai fedeli del capoluogo pentro.Tornando ai resti mortali custoditi a Venafro, ed è bene ribadire che una crescente voce popolare col tempo diventa storia ossia fatto certo, trattasi senz’ombra di dubbio del giovane e coraggioso ufficiale dell’esercito romano, Nicandro ! Trascorrono altri tre anni da tali scavi notturni non autorizzati, che tra l’altro si vuole siano costati l’allontanamento definitivo da Venafro dei due religiosi che agirono all’insaputa  dell’Ordine Monacale cui appartenevano, e nel 1933 l’allora Superiore del Convento e Custode della Basilica, P. Guglielmo, procede alla sistemazione della Cripta, cui il popolo venafrano decide di conferire massimo decoro. Infatti una bellissima gara di solidarietà fa sì che ognuno a Venafro dia e faccia il massimo possibile per abbellire la Cripta e renderla degna di ospitare i Martiri. Operai, manovali, fabbri, commercianti, artigiani ect. l’aggiustano, l’abbelliscono e tanti sono coloro che si prodigano. Tra questi, due vanno segnalati: il fabbro Nicola Atella, che realizza e dona alla Basilica l‘attuale struttura di ferro a protezione del Sarcofago del Patrono, e l’artigiano Arduino Cardines, che con le proprie mani dà forma al lampadario in ferro battuto (diametro ca. 2 mt., con 10 punti/luce) posto al centro della Cripta, illuminandola magnificamente.

Intanto prende corpo una suggestiva convinzione popolare: ossia che la Santa Manna, liquido che si raccoglie prodigiosamente e nei momenti più impensabili dell’anno in una pietra concava in fondo al pozzetto sottostante l’altare storico principale della Basilica e a ridosso del Sarcofago del Patrono senza essere collegata con alcuna condotta idrica, si accredita sempre più la convinzione popolare -si diceva- che la Santa Manna abbia qualità miracolose. Il popolo di Venafro e dei centri limitrofi attribuisce al liquido poteri miracolosi, tanto da berne, cospargerla sul corpo dei sofferenti e porgerla ai malati allettati perché guariscano. I voti offerti nel corso dei decenni al Convento a significare le grazie ricevute ed esposti a lungo nel porticato -oggi rimossi a seguito di recenti lavori di ristrutturazione del sito religioso, ma che presto dovrebbero tornare ad essere esposti giusti i desiderati unanimi- confermano il convinto e fermo credo popolare verso i Santi Protettori e quanto si raccoglie a ridosso del Sarcofago del Santo Patrono, vale a dire la prodigiosità miracolosa del liquido in questione. Nel corso dei decenni del primo ‘900 la fede nella Santa Manna è tanta e crescente che i devoti in continuazione (attualmente però manca da oltre un quinquennio ed il riscontro non piace affatto ai venafrani) ne chiedono ai Frati Cappuccini i quali volentieri la distribuiscono. Ripensando invece a quando era continuativamente presente in Basilica, la Santa Manna diventa una costante della fede popolare e dei comportamenti quotidiani dei venafrani e delle popolazioni limitrofe, suscitando interessi diffusi.

Ad onor del vero non manca chi, scettico sulle qualità superiori della Santa Manna, chiede che il liquido venga analizzato scientificamente in laboratorio per accertarne la natura, ma  sin’ora questo ufficialmente non é stato fatto dalla Chiesa e con tutta probabilità le cose tali resteranno, anche se nel recente passato da parte di un Vescovo della Diocesi d’Isernia/Venafro si tentò di farne analizzare un quantitativo minimo presso un laboratorio di analisi nel capoluogo partenopeo. Il tutto però non giunse ad una conclusione certa, data la quantità minima del liquido portato ad analizzare e da allora nessuno più ha ritenuto di ripetere studi, accertamenti e quant’altro. Ad ogni buon conto per i venafrani, e non solo per loro, la convinzione è che la Santa Manna sia presente (quando c’è …) in fondo al pozzetto a ridosso del Sarcofago del Patrono quale testimonianza -è questa l’opinione diffusa- dell’amore e della vicinanza del Santo alla città e alle opere dei suoi abitanti in ragione della loro positività. Presenza preziosa e rilevante quindi, quella della Santa Manna, a conferma della fede popolare. Ma intanto da cinque anni ed oltre manca ed il riscontro, come detto, non è giudicato affatto positivamente dai venafrani. Sul tema, di certo delicato, i Frati Cappuccini che oggi vivono a Veafro invitano tutti a pregare affinché  la Santa Manna torni ad apparire in Basilica, quale segno dell’apporto del Santo Patrono all’attualità cittadina”. (SEGUE)

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