Le vicende interne del Partito Democratico paralizzano l’Italia. Sembra essere tornato in campo il vecchio Pci-Pds-Ds di via delle Botteghe Oscure, sede storica del Partito Comunista Italiano. Oggi la sede del Pd è in via del Nazareno, ma a quanto pare i fantasmi del passato volteggiano sulle teste dei democratici.

All’interno del partito regna la confusione più totale; è un tutti contro tutti, una guerra tra bande che rischia di lasciare molti morti sul campo. Sono rinate le correnti, la minoranza interna è tornata in vita dopo un periodo di morte apparente. A sfidarsi all’arma bianca sono i renziani contro i dalemiani, i bersaniani e gli emiliani (i sostenitori del governatore pugliese Emiliano).

Il rottamatore Renzi che è stato rottamato e punito dalla sua arroganza e dalla sua superbia, ora vaga come “Diogene” con il suo lanternino alla ricerca del potere perduto. Il segretario del PD è il responsabile di questo caos, la sua politica ha spaccato il Paese in due. Con la sua prepotenza pensava di risolvere tutti i problemi; invece ha prodotto una paralisi del sistema e oggi siamo ostaggio delle scelte politiche di un cavallo azzoppato.

Se avesse usato la testa, forse il suo progetto di cambiamento e innovazione avrebbe prodotto dei risultati positivi. Ha voluto fare l’uomo solo al comando non ascoltando nessuno, convinto di essere il mr. Wolf (risolvo problemi), ma alla fine la sua corsa folle è terminata contro un muro di cemento. Aveva dato per certa la vittoria al referendum del 4 dicembre 2016, tanto da non preoccuparsi della legge elettorale.

“L’Italicum (legge valida solo per la Camera) è la legge elettorale più bella del mondo”, aveva detto con la convinzione che dal 5 dicembre il Senato sarebbe stato cancellato dal ‘Si’.  Alla fine, il No al referendum costituzionale, sostenuto da MoVimento 5 Stelle, Lega Nord, Forza Italia, Sinistra Italiana e da una miriade di associazioni e sigle, come Anpi, Cgil, Cisl e così via, ha prevalso contro l’impeto riformatore del governo Renzi.

Venti milioni di italiani hanno svegliato con un pugno nello stomaco il bell’addormentato dentro Palazzo Chigi. Il giorno dopo la sconfitta, Matteo Renzi si è dimesso e gli avversari hanno iniziato a gridare “al voto al voto”, ma con quale legge elettorale? Come aveva annunciato, un minuto dopo la sconfitta, l’ex premier, ha rimesso il proprio mandato nelle mani del presidente della Repubblica Mattarella che ha incaricato Paolo Gentiloni (PD) di formare un nuovo governo per riformare la legge elettorale, ora zoppa, e garantire il percorso delle riforme.

Va detto per onestà che dall’ipotesi di governo di responsabilità si sono smarcati tutti. Dal 12 dicembre 2016 è nato il governo Gentiloni, una fotocopia del governo Renzi. Dalla nascita del nuovo governo, nel PD è scoppiata una mina antiuomo; tutti vagano a briglia sciolta senza un progetto per il futuro. C’è chi chiede le primarie, chi chiede la testa di Renzi, chi vuole subito il congresso, chi vuole il segretario dimissionario e poi c’è chi vuole la scissione.

Un “Risiko” a tutti gli effetti, una guerra in un partito che sta lentamente andando alla deriva, ma con se rischia di trascinare anche il Paese. Non si può essere ostaggi del PD, non si puo’ bloccare l’Italia in attesa che i democratici risolvano i loro problemi. In un Paese normale non si puo’ dire agli italiani: “prima il congresso del PD e poi si va al voto”. Certo, al partito democratico farebbe comodo attendere la fine della legislatura nel 2018; in questo modo, forse riescono ad uscire dalla palude in cui sono finiti.

D’Alema ha detto: “siamo seduti su una polveriera, se si vota ora lo spread va a 400. Con le coalizioni torna la destra”. Bersani e compagni vogliono votare nel 2018 per permettere al partito di ritrovare la strada smarrita. Si torna a giocare con la paura, con le profezie apocalittiche pur di non andare al voto. La verità è che il PD non vuole perdere il potere, ha paura della sconfitta, teme per il suo futuro politico, un ragionamento egoistico di chi usa la democrazia per suo tornaconto.

Ma è possibile che il Paese sia ostaggio di un braccio di ferro interno al partito di governo? Possibile che il futuro sia condizionato a scelte relativamente estranee alla platea dell’opinione pubblica nazionale? Il PD non puo’ tornare a bussare ad Arcore, sperando che un dialogo con quel che resta di Berlusconi e Forza Italia gli porti l’appoggio in un confuso governo politico di centro-sinistra-destra attaccato al potere e alla poltrona.

Il futuro al momento è nero, incerto. Anche perché un’ alternativa ancora non c’è, il Pd (che pure secondo i sondaggi vanta una buona riserva di consensi, ma non arriverà mai al 40 per cento) sarebbe paralizzato dalla crisi interna e i grillini, come dimostrano le vicende romane, non sono ancora maturi per essere forza di governo. Citando Charles De Gaulle: “La politica è una faccenda troppo seria per essere lasciata ai politici”.

C.C.

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