Il “Corriere della Sera” dedica un articolo alla nostra regione.

di Monica Guerzoni

Nell’Oceano Indiano, tra il Mozambico e il Madagascar, c’è un’isola sperduta che si chiama Mayotte e vanta il triste primato della disoccupazione infinita tra le singole regioni dell’Europa. Al secondo posto nella classifica di Eurostat, dopo la colonia d’oltremare francese, c’è il Molise, 300 mila abitanti che i numeri censiscono in continuo calo demografico. I giovani se ne vanno e i migranti non arrivano, perché il lavoro non c’è.

Stando alla ricerca annuale dell’ufficio statistico Ue, la disoccupazione a lungo termine in Molise è al 71,8% (sul totale dei disoccupati), un dato che deve interrogare la politica. Nel 2013, quando Checco Zalone girò Sole a catinelle tra Petrella Tifernina e Provvidenti, pronunciò una frase che svela più di tanti comizi: «Io sono andato sulla cartina geografica e ho detto, qual è la terra che non si è mai cagato nessuno? Il Molise. Ed eccomi qua!». Sono passati cinque anni e non è cambiato nulla. Anzi, tra Campobasso e Isernia gli abitanti sono diminuiti ancora e l’occupazione pure.

Antonio Di Pietro da Montenero Di Bisaccia la prende alla lontana: «I problemi cominciano negli anni ‘50, quando la Dc occupa il Molise manu militari». L’ex ministro ed ex magistrato di Mani Pulite torna all’infanzia e racconta quando ogni anno il referente locale democristiano andava a trovarli in campagna e consegnava a suo padre la tessera del partito e quella della Coldiretti: «Una volta mia madre gli dava le uova e un’altra il pollo e così facevano tutti».

Il controllo del territorio tessera per tessera, le assunzioni di favore, i soldi pubblici a pioggia sulla Fiat di Termoli… Finché, ricorda Di Pietro, nel 1963 i vertici della Dc presero la decisione «salomonica» di dividere il Molise dagli Abruzzi: «Ci siamo ritrovati dalla sera alla mattina con una Regione grande come un piccolo quartiere di Roma». E adesso? «Ho tre nipoti gemelli di 15 anni che mi dicono “nonno, dopo il liceo devi portarci a studiare fuori, perché qua non ci vogliamo stare”».

A gennaio la star di Masterchef Joe Bastianich domandò a una concorrente «Dov’è Campobasso? Mi sembra un posto sfigato». Frase infelice e polverone doveroso, perché il Molise è una terra meravigliosa. Ma come si fa industria senza un porto e senza un’autostrada? Come si trasportano le merci senza i treni? L’Istituto «Pilla» di Campobasso, che conta 740 studenti e ha un’azienda agraria, ha provato a sconfiggere la disoccupazione con la fantasia. La scuola ha offerto (gratis) un ettaro di terreno coltivabile a operai espulsi dal settore edile e a famiglie senza reddito. «Ma nessuno ha accettato — si rattrista la preside Rossella Gianfagna —. E intanto il Molise si spopola».

Pasquale Marinelli, erede con il fratello Armando della celebre dinastia di fonditori che dall’anno Mille realizza le campane per il Vaticano, ci vede un problema caratteriale antico: «Da noi c’è la cultura del non fare. Non è solo la burocrazia a frenarci, è la difficoltà di fare rete. Dobbiamo toglierci il mantello dell’invidia». Eppure le eccellenze non mancano. Alessio Di Majo Norante è l’erede di una tradizione che risale ai Sanniti e ai Romani e produce vini di pregio negli 85 ettari dell’antico feudo di famiglia, i marchesi Norante di Santa Cristina.

Per non dire della Molisana, quinto operatore italiano della pasta. Rilevata nel 2011 dalla famiglia Ferro, mugnai con un secolo di storia, l’azienda è passata da 16 a 100 milioni di fatturato, approdando sugli scaffali di ottanta Paesi. «Il segreto? Lavorare duro e cercare profili altamente specializzati — svela la ricetta miracolosa Rossella Ferro, responsabile Marketing —. Ci facciamo mandare i migliori curriculum dall’università del Molise e assumiamo i giovani del posto». Parole che autorizzano a sognare.