di Christian Ciarlante

Oggi, venerdì 15 marzo, da Nord a Sud, migliaia di studenti sono scesi in strada nell’ambito di “Fridays for Future”, l’iniziativa globale in difesa dell’ambiente. Lo dico senza polemica, ma a mio avviso, la maggior parte di chi ha manifestato, non ha la minima idea di come è ridotto il nostro pianeta.

Tanti ragazzi, hanno scandito slogan per difendere la Terra nella speranza di avere in futuro un mondo meno inquinato. Tante belle parole, un grande spot mondiale, ma da domani, spenti i riflettori, a nessuno importerà più nulla della giornata odierna. Va anche detto che, tra di chi protesta, molti sono ignoranti in materia e non sanno, ad esempio, cos’è il buco dell’ozono, non sanno spiegare perché sono in corso i cambiamenti climatici, etc..

Lo scopo di questa mobilitazione dovrebbe essere quello di sensibilizzare governi e istituzioni sulle politiche ambientali, ma soprattutto fare pressione affinché si possa intervenire, invertendo la rotta, con politiche ambientali per contrastare i cambiamenti climatici provocati dal riscaldamento globale dovuto a sua volta dall’inquinamento causato dall’uomo.

Gli scienziati avvertono da tempo che se non si adottano soluzioni radicali, il nostro pianeta è destinato a scomparire. I fenomeni climatici diventeranno sempre più estremi, le temperature continueranno a salire, il livello degli oceani si alzerà notevolmente e scompariranno i ghiacci polari. C’è anche chi sostiene che le variazioni climatiche sono parte integrante del ciclo naturale della terra. Una cosa è certa, quando cambia il clima sulla terra per l’uomo le conseguenze non possono che essere disastrose.

Protestare e scendere in piazza in difesa dell’ambiente è senz’altro nobile e sacrosanto, ma poi dalle parole bisogna passare ai fatti. Ora la domanda è: quanti di noi sono disposti a cambiare stile di vita? Nulla di radicale, come la decrescita felice o il ritorno al baratto, non abbiamo bisogno di ritornare all’età della pietra, ma semplicemente vivere rispettando l’ambiente. Sono molte le cose che potremmo fare per dare un segnale e un piccolo contributo alla causa, ad esempio: usare l’auto il meno possibile, non gettare rifiuti e mozziconi di sigarette ovunque, imparare a riciclare, fare in modo corretto la raccolta differenziata, queste sono solo alcune delle cose che l’uomo potrebbe fare.

Ma spetta ai governi il grosso del lavoro e intraprendere azioni concrete per diminuire l’emissioni nazionali di gas serra. Nel 2018 la concentrazione atmosferica di CO2 ha superato 408 parti per milione, il 45% in più della concentrazione all’inizio della rivoluzione industriale e il 31% in più rispetto a 60 anni fa. Ne è risultata una continua alterazione della fisica e della chimica dell’atmosfera, che ha portato all’effetto serra, al riscaldamento globale e al caos climatico che abbiamo di fronte.

Mentre nell’UE i gas serra sono rimasti pressoché stabili, in quasi tutti gli altri Paesi del mondo le emissioni sono cresciute, contribuendo, in misura diversa, alla crescita delle emissioni globali di gas-serra. Gran parte dell’aumento è stato attribuito al maggior numero di veicoli sulle strade e alla ‘rinascita’ del carbone per la produzione di energia. Al ritmo attuale di emissioni di gas-serra, la terra raggiungerebbe e supererebbe la soglia di 1,5°C di riscaldamento tra il 2030 e il 2052.

Un ulteriore riscaldamento porterebbe il pianeta verso scenari climatici sconosciuti. Purtroppo, molte persone, inclusi molti decisori politici, continuano a pensare che la protezione del clima e dell’ambiente sia incompatibile con la crescita economica. Niente di più falso, si può tranquillamente investire e scommettere sulla ‘green economy’ e sulla ‘blue economy’, alcune nazioni lo stanno già facendo e i risultati sono sorprendenti. I Paesi hanno l’obbligo di proteggere i loro cittadini dai cambiamenti climatici i governi non possono più fare promesse e poi non mantenerle.