Cambiano i Governi, cambiano i Ministri, ma alcune storture rispetto ai dipendenti pubblici, purtroppo restano. Anzi sono rilanciate! Constatiamo, come si dice ormai nell’ambiente, che esiste il “brunettismo” senza Brunetta. Ossia, si prosegue vero quella definizione secondo cui la causa degli annosi problemi del pubblico impiego veda come principali e unici responsabili gli stessi pubblici dipendenti, variamente etichettati.

La tendenza era già chiara da tempo ma adesso ne abbiamo avuto un’ulteriore conferma. Ancora una volta non c’è nulla di nuovo per lo sblocco concreto del tourn over nella pubbliche amministrazioni, con dotazioni organiche sempre più ridotte all’osso e per i tanti precari! Occuparsi di pochi furbetti del cartellino, comportamenti che noi condanniamo, evidentemente fa più scena!

La famosa “riforma Brunetta”, è stata, nelle sue linee portanti, demolita dallo stesso Brunetta prima di decadere da ministro. La sua venne presentata non come una riforma appunto, ma come un “piano industriale per la pubblica amministrazione” dove il fulcro del tutto era la “politica del merito”. La valutazione della performance individuale era francamente imbarazzante e sintetizzata da tutti nel celebre: 25/50/25.

Si trattava di una graduatoria da stilare annualmente in cui premiare il 25% del personale, lasciare invariato il 50% e penalizzare il 25% anche in caso di valutazione positiva. Vista l’impossibilità, oltre che la discutibilità dello stesso metodo, lo stesso Brunetta ripiegò sulla più mediaticamente pagante “lotta ai fannulloni” che vedeva norme che cambiavano di anno in anno su visite fiscali, fasce orarie, introduzione di nuovi reati per medici prescrittori e cose simili.

Cambiata la legislatura, arriva Marianna Madia che nei rivoli blandi del suo operato ci lascia in eredità un provvedimento noto come quello contro i “furbetti del cartellino”. Un decreto che serviva più per strizzare gli occhi alla pubblica opinione che non a fornire uno strumento per il governo del sistema. Oggi, su quella poltrona, siede la Ministra Giulia Buongiorno, grande professionista del foro, ma che nelle cronache non lascia traccia di esperienza nel pubblico impiego. E quanto propone è semplice quanto inquietante: la nuova password è il nostro corpo.

L’identificazione artificiale del dipendente, attraverso rilevamenti delle impronte e strumenti simili. Insomma, una visione tanto futuristica, quanto crudele rispetto alla dignità della persona. E l’assioma secondo cui – I pubblici dipendenti sono il male della pubblica amministrazione – viene riesaltato. Dunque, invece di darci risposte e proposte su definanziamento, blocco del turnover, età eccessivamente elevata dei pubblici dipendenti, retribuzioni non adeguate, il personale non sufficiente, stabilizzazioni dei precari, da cosa si parte? Dai quei pochi disonesti che timbrano cartellini altrui.

Insomma la strada più comoda, più popolare. Quindi non ci resta che constatare che su questo tema cambiano epoche politiche, legislature, Governi, ma il comune denominatore dell’immagine mediatica dell’equazione pubblico dipendente/fannullone rimane una costante demagogica intollerabile. Auspichiamo in un cambio di visione su questo aspetto, mettendo da parte questi “strumenti di controllo” e concentrandosi sui reali problemi del comparto, a cui si aggiunge la Legge Fornero, giustamente messa in forte discussione dal Governo.

A nostro avviso, bisogna punire i disonesti, causa spesso di queste azioni persecutorie e la UIL da sempre si dice pronta anche a costituirsi parte civile nei confronti di chi imbroglia. Ma allo stesso modo, gli impiegati, i quadri e i dirigenti pubblici hanno bisogno di essere riconsiderati , stimolati, gratificati quando necessario e l’ultima cosa da fare è minacciare e inasprire i controlli, che finiscono per esasperare un clima già pesante inducono i furbi a escogitare ulteriori furbizie. Controllare è più facile, ma meno efficace di motivare!

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