Probabilmente una delle cose più complicate da elaborare è la sintesi di un anno che racchiuda al proprio interni gli avvenimenti maggiormente determinanti per una intera regione, che riguardino i servizi al cittadino, l’economia, il sociale, l’ambiente.

Mettere “in fila”, dunque, una serie di argomenti così diversi ma così vicini tra loro, ci impone una riflessione che provi a intersecare tra loro questi aspetti. Però, se proviamo a mettere al centro di un discorso la qualità della vita, le aspettative, quanto si riceve in cambio delle tasse pagate, il quadro comincia a essere più chiaro.

Senza far ricorso ai numeri, sciorinati e declinati in ogni modo possibile, forse è più utile guardare il nostro Molise, oggi, nel suo complesso, magari lanciando indietro lo sguardo a qualche mese fa. E allora, cosa è cambiato? O meglio, cosa ci aspettavamo sarebbe dovuto cambiare?

Alla prima domanda la risposta è poco o nulla, alla seconda è tanto.

Chiudiamo un anno, ancora una volta, tra tante difficoltà, problemi irrisolti, tanti posti di lavoro andati persi, tanti pazienti curati fuori regione, tanti morti sul lavoro, pensionati sempre più poveri, potere d’acquisto dei cittadini sempre più basso, mobilità territoriale ai minimi, vertenze (piccole o grandi che siano) insolute se non concluse con chiusure definitive.

E cosa ci aspettavamo? Che qualcosa cambiasse o, perlomeno, che migliorasse un pochino.

E non faccio riferimento alle “tradizionali” vertenze che ormai sono diventate esperimenti per la concessione di ammortizzatori sociali. Il cambio di passo che, da cittadina prima di tutto, avrei voluto vedere era su un’impostazione nuova e diversa delle politiche sociali ed economiche, attraverso cui davvero rimettere in moto la nostra economia locale. Qualche intervento convinto e, perché no, un po’ incosciente, ma che avesse preso di petto un qualsiasi settore con azioni forti. Lo si è provato a fare con il turismo, con un sistema centralizzato di governance del settore e siamo in attesa di capire quali saranno i risultati raggiunti.

Un progetto politico, però, che componga il puzzle non lo vediamo ancora. Viviamo ancora in un limbo progettuale piuttosto disordinato, in cui i singoli amministratori viaggiano in autonomia, non mettendo a sistema le risorse, anzi, piuttosto chiudendo in camere stagne le proprie poste di bilancio, con un risultato purtroppo chiaro: siamo fermi. Siamo fermi perché se taluni comparti che godono di economie importanti e derivanti da diversi fondi, le vedono reinvestite in una sorta di “autoconservazione del settore”, senza aprirsi al “resto del mondo”, c’è poco c’è sperare.

Dunque, chi opera nell’economia reale, quella piccola e micro, si trova a fare i conti con tutti i problemi del momento, ma senza opportunità o sostegni perché in Molise, ognuno guarda per sé.

Immaginiamo le migliaia di artigiani, le imprese edili, i commercianti, i lavoratori autonomi in genere: loro sono un importante pezzo del motore economico ma sono lasciati ai margini, con tassazioni sempre più forti, pochi servizi e un mercato su cui operano sempre più povero.

Tanto premesso, al netto di grandi industrie in difficoltà e gestite dall’estero che minacciano delocalizzazioni, aziende in perenne crisi, autonomi e precari in affanno, chi resta? Ancora tanti, perché in Molise il pezzo forte è composto da dipendenti pubblici, insieme a quelli delle partecipate e alle centinaia di collaboratori sparsi in giro. Loro, quella marea silenziosa, spesso tacciata di immobilismo e “nullafacenza” ma che con fatica e stipendi spesso da fame porta avanti i servizi ai cittadini, spesso senza neppure la carta per stampare.

Dunque, fatti i doverosi distinguo tra “pubblici e privati” una cosa ci accomuna tutti: i servizi essenziali, che paghiamo con le nostre tasse, sempre più alte. E di che qualità sono, questi servizi?

La nostra sanità, diventata ormai esclusivamente terreno di scontro politico su che debba gestirla, mentre chiudono reparti negli ospedali, diminuisce il personale, i concorsi vanno deserti, le stabilizzazioni sono rallentate, le comunità periferiche emarginate.

E i nostri trasporti? Alla luce anche degli ultimi accadimenti in Consiglio regionale, è chiara la confusione che regna sovrana. E anche nelle relazioni con i gestori del trasporto ferroviario e su gomma, nulla è cambiato.

Il nostro sistema scolastico e della formazione avranno prima o poi qualcuno che se ne occupi? Sembra di essere tornati indietro di decenni, senza una programmazione che guardi alle crescita delle competenze dei nostri ragazzi, magari mettendo in competizione chi se ne occupa, evitando la solita pioggia di risorse, un tanto a testa.

Non v’è traccia di politiche sociali, di assistenza alle fasce deboli, di non-autosufficienza. I nostri pensionati, ormai in mobilitazione più dei metalmeccanici, la mattina sono in piazza per rivendicare pensioni rivalutate, eque e dignitose; la sera devono sostenere le loro famiglie in difficoltà.

Gli appalti pubblici sono fermi, nonostante urga la messa in sicurezza complessiva del territorio, delle nostre strade-mulattiera, dei nostri viadotti, delle nostre scuole. E l’edilizia, silenziosamente, ha perso in un anno migliaia di addetti, senza contare l’indotto.

E il nostro territorio, di cui tanto ci vantiamo, lo stiamo curando a sufficienza? Si stanno mettendo in campo politiche ambientali che lo tutelino? A che punto è la differenziata, quanto sono inquinati i nostri fiumi, il nostro mare e la nostra aria? Se non preserviamo almeno questo, le aziende che operano nel turismo, nell’accoglienze e nella ristorazione, vedranno anche calare le presenze in quei pochi mesi in cui il Molise è meta turistica.

E non possiamo non riservare un dovuto riferimento a quanti tutto ciò lo raccontano, a chi ci dà voce e che quotidianamente, tra mille sacrifici, senza una riforma vera e sostenibile del settore, fa informazione.

Ma nonostante tutto, nonostante questa situazione a tratti drammatica, noi guardiamo avanti, magari ripartendo da quanto abbiamo a disposizione. E visto che a livello regionale poche sono le opportunità, speriamo che almeno quelle nazionali, come il Contrato Istituzionale di Sviluppo siano colte appieno dai nostri Comuni, a cui va il plauso di essere ogni giorno in trincea tra cittadini esasperati, enti superiori assenti, risorse modeste. Ripartiamo dalla loro forza e determinazione, con l’auspicio siano rapidi ma oculati nello spendere queste economie, magari con nuovo personale da stabilizzare e assumere con procedure concorsuali ormai avviabili.

Aspettiamo la ZES, poi, che dovrebbe dare respiro alla costa e a qualche area interna. Sull’Area di Crisi, come sempre detto, ci siamo spesi tantissimo, ma speravamo in altri risultati.

Di una cosa comunque sono convinta e lo sono ancor di più osservando come a livello nazionale le relazioni sindacali e industriali abbiamo ripreso forma: il sindacato confederale, le associazioni datoriali, le parti sociali e l’associazionismo restano un punto fermo per la politica, un nuovo e rinnovato faro. Tra qualche divisione nel merito, visioni ovviamente differenti su alcune questioni, NOI tutti siamo il punto fermo REALE della società. La politica ai suoi massimi livelli sta provando a ridisegnare un nuovo perimetro con all’interno queste componenti e qualche risultato è innegabilmente sotto gli occhi di tutti. E anche in Molise, qualcosa di simile sta accadendo, con le dovute attenzioni e con il giusto approccio.

Il dialogo con noi resta fondamentale, non utile. A Roma lo hanno capito, a Bruxelles anche. Aspettiamo Campobasso.